VENEZIA – Tra il 2020 e il 2023 circa un terzo delle chiusure del Mose avrebbe potuto essere evitato senza compromettere la protezione di Venezia, risparmiando circa otto milioni di euro.
È il principale risultato di una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Water, prodotta dall’università di Padova, che propone un modello di gestione più adattivo delle bocche di porto, capace di coniugare sicurezza idraulica e salvaguardia dell’ecosistema della laguna, con netti benefici economici.
Attraverso la modellazione numerica dei 69 eventi di chiusura registrati tra il 2020 e il 2023, sono stati simulati propagazione della marea, correnti lagunari ed effetti del vento, confrontando la gestione realmente adottata con una strategia alternativa denominata AThOS.
Le simulazioni mostrano che nel 30% dei casi le bocche di porto avrebbero potuto rimanere aperte senza superare le soglie di sicurezza previste per la laguna.
«Abbiamo confrontato tre scenari: la laguna con le bocche di porto sempre aperte, la gestione del Mose effettivamente adottata e una strategia alternativa e ottimizzata, denominata AThOS – dice Alessandro Michielotto, assegnista di ricerca a Geoscienze e primo autore dello studio -. Quest’ultima mira a ridurre il numero e la durata delle chiusure, mantenendo comunque i livelli dell’acqua al di sotto delle soglie di sicurezza previste per Venezia e per i principali centri lagunari tra cui Burano e Chioggia».
Meno chiusure, più sedimenti sulle barene
Uno degli aspetti centrali della ricerca riguarda gli effetti delle chiusure sulle barene, superfici vegetate che costituiscono uno degli elementi più delicati dell’ecosistema lagunare. Limitando l’ingresso delle maree, infatti, diminuisce anche il trasporto dei sedimenti che consentono alle barene di accrescersi e contrastare l’innalzamento del livello del mare.
Una gestione più adattiva delle bocche di porto
Applicando retrospettivamente la strategia AThOS agli eventi analizzati, i ricercatori stimano che sarebbe stato possibile evitare circa venti chiusure sulle 69 complessive, riducendo sensibilmente anche gli impatti ambientali.
«I nostri risultati mostrano chiaramente che la strategia adottata nei primi anni di esercizio del Mose è stata molto cautelativa e fortemente orientata alla prevenzione del rischio di allagamento. Le simulazioni indicano che la durata totale annuale delle chiusure è stata, in media, più che doppia rispetto a quella strettamente necessaria per garantire la protezione urbana. Una strategia come AThOS, applicata retrospettivamente agli eventi del 2020-2023 e pertanto non soggetta alle incertezze proprie di una gestione basata sulle previsioni meteo, evidenzia che sarebbe stato possibile evitare circa il 30% delle chiusure, vale a dire una ventina di eventi su 69 totali – rileva Luca Carniello, professore al Dipartimento Icea dell’Ateneo patavino -. Con AThOS, la riduzione della superficie di barena allagata sarebbe scesa dal 27,5% al 2,9%: la sedimentazione sulle barene sarebbe inoltre aumentata del 19% rispetto a quella realmente osservata, permettendo di recuperare mediamente circa 1,3 millimetri all’anno di accrescimento verticale, senza compromettere la protezione di Venezia e degli altri centri urbani lagunari».
Lo studio evidenzia inoltre come la gestione operativa del Mose stia già evolvendo rispetto ai primi anni di esercizio, grazie all’esperienza maturata e al progressivo affinamento dei sistemi previsionali.
Ad aggiungere il proprio punto di vista è il coordinatore dello studio, Andrea D’Alpaos: «La gestione del Mose sembra essersi già progressivamente evoluta: è un aspetto importante perché dimostra che la gestione delle barriere non è statica, ma può essere migliorata nel tempo alla luce dei dati, dell’esperienza accumulata e degli effetti osservati sull’intero sistema lagunare».
VPC: salvaguardia ed economia coesistono
Per la Venezia port community, il presidente, Davide Calderan, sottolinea l’incidenza dei costi: «Il futuro della nostra laguna passa per l’attenzione che poniamo su come preservarla, allo stesso tempo, con chiusure programmate sugli effettivi rischi di allagamento potremmo diminuire le esternalità negative legate alle attività economiche del porto di Venezia e di quello di Chioggia. Un’economia sicura è un’economia che fornisce prospettive di lavoro per tutto il territorio, evidenziando le opportunità di crescita a livello regionale e non solo».
Per questo, ecco che la logica di un Mose “adattivo” porterebbe benefici a cascata: «C’è una coincidenza di interessi che produrrebbe una logica win-win, sia per Venezia, che per il lavoro. Quando le chiusure si possono evitare, e gli scienziati hanno definito un costo solo per il Mose di circa 4 milioni, considerando una ventina di chiusure evitabili, a cui attribuiamo circa 200mila euro di perdite ciascuna, si parla di altri 4 milioni di euro in ballo. Peraltro, siamo perfettamente in linea con gli studi, perché a febbraio abbiamo rilevato una decina di chiusure “evitabili”, con maree al di sotto delle soglie previste».




