TRIESTE – Dopo due mesi di guerra nel Golfo, il rincaro del gasolio pesa per circa 180 milioni sull’autotrasporto di Veneto e Friuli Venezia Giulia, con effetti diretti su uno dei principali poli logistici del Paese.

Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, il prezzo del diesel è salito da 1,676 a 2,005 euro al litro, con un aumento vicino al 20%. Nonostante il taglio delle accise, l’extra costo per il comparto a livello nazionale è stimato in circa 1,5 miliardi di euro nelle prime otto settimane di conflitto. Di questi, 150 milioni riguardano il Veneto e 30 milioni il Friuli Venezia Giulia.

Il Veneto risulta il territorio più esposto. Qui si concentra una quota rilevante del sistema logistico nazionale: 148,6 milioni di tonnellate movimentate su strada ogni anno, pari a circa il 15% del totale italiano, e ben otto tra i primi venti flussi interregionali. Il Friuli Venezia Giulia ha dimensioni più contenute ma comunque significative, con 27,5 milioni di tonnellate annue (2,8% del totale) e due direttrici tra le principali a livello nazionale, entrambe con il Veneto.

Il rincaro del carburante si innesta su un quadro già fragile. Le tariffe teoriche fissate dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti tra 1,30 e 1,60 euro al chilometro raramente trovano piena applicazione. Nel Nord Italia, dove la domanda è più forte, i prezzi reali si collocano mediamente tra 1,40 e 1,70 euro, con maggiore continuità di lavoro e minori percorrenze a vuoto. Al Sud, invece, le tariffe scendono e cresce il problema dei viaggi senza carico, con un impatto diretto sulla redditività.

A pesare è soprattutto la struttura finanziaria del settore. L’autotrasporto sostiene costi immediati – carburante, pedaggi, manutenzione, personale – ma incassa con tempi lunghi, spesso tra 90 e 120 giorni. I ritardi nei pagamenti restano diffusi, nonostante i richiami del Ministero e le possibili sanzioni dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. In questo contesto, l’aumento del diesel riduce rapidamente la liquidità disponibile e mette in difficoltà soprattutto le imprese più piccole.

Il sistema nel suo complesso resta fortemente concentrato sul mercato interno: secondo i dati Istat, oltre il 97% dei flussi di merci su strada avviene all’interno dei confini nazionali, per un totale che supera il miliardo di tonnellate annue. Il Nord mantiene un ruolo dominante, con circa il 68% delle merci in partenza, mentre il Mezzogiorno resta marginale e meno integrato nei principali corridoi logistici.

In Veneto quasi metà dei flussi resta all’interno della regione, mentre il resto si distribuisce soprattutto verso Lombardia ed Emilia-Romagna. In Friuli Venezia Giulia prevalgono invece gli scambi con altre regioni, segno di una maggiore integrazione nei traffici interregionali.
La combinazione tra aumento dei costi e tensioni finanziarie alimenta ora il rischio di fermo operativo. Le associazioni dell’autotrasporto hanno proclamato uno stop nazionale dei servizi dal 25 al 29 maggio e hanno avviato un confronto con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, rappresentato dal viceministro Edoardo Rixi. Il governo ha aperto alla possibilità di interventi per sostenere la liquidità, ma al momento lo sciopero resta confermato.

Senza misure rapide, il rischio è che molte imprese – fanno notare dalla CGIA – si fermino prima della protesta, non per scelta ma per mancanza di risorse per sostenere i costi operativi, a partire dal carburante.