TRIESTE – L’inviato speciale italiano per l’IMEC (India–Middle East–Europe Economic Corridor) Francesco Talò, in visita a Nuova Delhi, sottolinea come il nuovo corridoio economico tra India, Medio Oriente ed Europa possa avere un impatto che va oltre la logistica: favorire prosperità condivisa e creare legami in aree oggi segnate da tensioni e conflitti. Talò ha rilasciato un intervista per l’agenzia di stampa indiana Pti, intervenendo a tutto campo sulle tematiche legate al Corridoio, del quale il porto di Trieste dovrebbe essere il principale terminal per l’ingresso e la spedizione delle merci.
In questi tempi di instabilità internazionale, un progetto come l’IMEC può essere un fattore di stabilizzazione, o rischia di subirne le conseguenze?
«Proprio nei momenti di volatilità abbiamo bisogno di iniziative come questa. L’IMEC rappresenta diversificazione: non possiamo permetterci di dipendere da una sola rotta o da un solo interlocutore. I conflitti, o anche eventi imprevisti come il blocco del Canale di Suez, dimostrano la necessità di avere più opzioni. Oggi la globalizzazione è diversa rispetto al passato, ma viviamo comunque in un’epoca di forte interdipendenza. Per questo dobbiamo ridurre le dipendenze critiche senza rinunciare a restare connessi».
Quindi il corridoio può davvero contribuire a “creare un mondo migliore”?
«Sì, perché può offrire nuove opportunità di lavoro, stimolare crescita economica e migliorare le relazioni tra Paesi amici e anche tra realtà oggi divise. Mi piace citare l’idea di Shimon Peres: passare dalla “nazione startup” alla “regione startup”. Non può esserci sicurezza duratura se solo un Paese è prospero: serve che tutta la regione cresca insieme. Innovazione e cooperazione possono diventare il motore di un cambiamento positivo, come già accade in India e in diversi Paesi del Golfo. Questi attori stanno investendo in tecnologia e diversificazione economica, e l’IMEC può mettere in rete i loro sforzi con quelli europei».
Può anche contribuire al processo di pace?
«Non è la soluzione ai conflitti, ma può dare un contributo concreto. Se India, Medio Oriente e Mediterraneo lavorano insieme in un’area indo-mediterranea integrata, dove commercio e navigazione restano liberi e aperti, si crea un contesto favorevole alla stabilità. I Paesi del G7 coinvolti – Italia, Francia, Germania e Stati Uniti, insieme alla Commissione UE – possono esercitare un’influenza positiva. L’iniziativa europea Global Gateway, dedicata alle infrastrutture, può inglobare l’IMEC, affiancandola ad altri progetti come il corridoio di Lobito e il Piano Mattei per l’Africa. Quest’ultimo, in particolare, può rafforzare la cooperazione con l’Africa orientale, parte integrante dell’Indo-Pacifico e area di crescita, che andrebbe vista come terra di opportunità più che di problemi. Penso che abbiamo molti interessi comuni con l’India, ma anche con i paesi del Golfo, per lavorare con l’Africa, in particolare l’Africa orientale, dove c’è una tradizione, c’è una presenza importante e consolidata dell’India e anche dell’Italia. Quindi possiamo collaborare con i paesi africani che fanno effettivamente parte dell’Indo-Pacifico».
Venendo all’origine del progetto, cosa l’ha portata in India in questa occasione?
«Sono a Nuova Delhi dopo il primo incontro ufficiale tra gli inviati speciali dell’IMEC. L’iniziativa è stata lanciata proprio qui lo scorso 23 settembre, in occasione del G20, alla presenza della premier Meloni. Quella giornata segnò la definizione di una visione chiara: costruire un corridoio economico tra India, Medio Oriente ed Europa per promuovere interessi comuni. Oggi passiamo dalla fase di presentazioni e conferenze a quella dell’azione concreta. È un progetto ambizioso, complesso, di lungo termine, ma le prospettive di crescita per tutti i partner sono significative».
Chi ha incontrato durante la missione?
«Ho avuto colloqui con il Consiglio di sicurezza nazionale e il Ministero degli Esteri indiano, e sono in programma altri incontri per approfondire le potenzialità della cooperazione bilaterale. La mia presenza qui si inserisce in un percorso di rafforzamento dei rapporti: dopo il G20 e la visita di marzo 2023, abbiamo assistito a un consolidamento sia istituzionale sia personale tra i leader dei due Paesi».
Com’è andato l’incontro con il vice consigliere per la sicurezza nazionale?
«Molto bene: professionale, produttivo e cordiale. Ora abbiamo una visione comune, ma dobbiamo trasformare le idee in realtà. Le sfide principali sono economiche e infrastrutturali, e richiederanno il coinvolgimento diretto del settore privato. Le imprese dovranno comprendere le opportunità e avere garanzie sui ritorni degli investimenti. L’obiettivo condiviso è raddoppiare in dieci anni i volumi commerciali tra Europa e India, creando benefici diffusi».
Qual è la filosofia di fondo dell’IMEC?
«Diversificazione e ridondanza. Non possiamo affidarci a un’unica rotta o partner, soprattutto in tempi di instabilità. L’attuale crisi nel Mar Rosso dimostra l’importanza di avere alternative. L’IMEC prevede un collegamento dal Golfo al Mediterraneo orientale, accorciando i tempi e integrando le rotte esistenti senza sostituire Suez, che resterà centrale. Più vie di comunicazione significano maggiore sicurezza e capacità di assorbire gli shock».
A che punto siamo con lo sviluppo del corridoio?
«Il progetto nasce con forti ambizioni e si lega agli Accordi di Abramo, che mirano a unire Israele e paesi arabi in un quadro di cooperazione. L’attacco del 7 ottobre ha rallentato i progressi, ma ora c’è rinnovato slancio. I rapporti tra India e Golfo sono in crescita, con un interesse comune a diversificare le economie e a trasformare la regione in un hub logistico tra Indo-Pacifico, Medio Oriente ed Europa».
Che ruolo avrà l’India?
«Sarà centrale: grande mercato e produttore, attore di primo piano in tre campi chiave dell’IMEC – merci, energia e dati. Il progetto non è solo trasporto di container: include connettività digitale e approvvigionamento energetico. Il cavo Blue Raman, che collegherà Mumbai a Genova, è un’infrastruttura strategica per i flussi di dati, elemento vitale dell’economia contemporanea. Inoltre, l’India e i Paesi del Golfo potrebbero esportare idrogeno verde in Europa, contribuendo alla transizione energetica».
Il raddoppio previsto riguarda quali scambi?
«Si riferisce agli scambi commerciali tra India e Unione Europea, secondo stime di diversi analisti».
E per l’Italia, quale ruolo?
«Abbiamo relazioni solide sia con l’India sia con i Paesi mediorientali, e siamo parte del gruppo europeo che lavora sull’IMEC insieme a Francia, Germania e Commissione UE. Come principale nazione mediterranea con il maggior numero di porti strategici, possiamo essere terminale europeo del corridoio. Trieste, in particolare, ha caratteristiche uniche: è il porto più a nord del Mediterraneo, vicino al cuore industriale europeo e collegato via terra a Baltico e Mar Nero».
In Europa ci saranno più terminal?
«Sì, in India e nel Golfo ci saranno più porti di partenza e lo stesso accadrà in Europa. Trieste e Marsiglia, ad esempio, possono essere complementari. L’Italia offre un sistema portuale diversificato con almeno 14 scali principali, da Genova ad Ancona e Napoli».
L’IMEC è una risposta alla Belt and Road cinese?
«No, è un’iniziativa distinta, con partner e finalità propri. Non è concepita in contrapposizione, ma per sviluppare opportunità comuni ai partecipanti».
Come vede i rapporti tra Italia e India oggi?
«Sono in forte ascesa, sostenuti anche da una sintonia personale tra i leader. Dopo un passato di legami meno intensi, oggi costruiamo un partenariato strategico, formalizzato in un piano d’azione congiunto presentato lo scorso novembre».




