VENEZIA – Il comparto nautico mondiale muove circa 54 miliardi di euro, con gli Stati Uniti che da soli rappresentano il 44% del mercato globale. L’Italia, pur forte di un know-how cantieristico riconosciuto a livello internazionale, si colloca al 14° posto con una quota dell’1,8%. All’interno di questo scenario, il segmento della vela pesa appena il 9% ed è in una fase di progressivo ridimensionamento.
È da questi numeri che prende avvio la riflessione di Carlo Nuvolari, cofondatore insieme a Dan Lenard di uno dei più affermati studi di progettazione di megayacht al mondo, con base nel Veneziano. Intervenendo qualche giorno fa alla Compagnia della Vela di Venezia, Nuvolari ha proposto una lettura lucida e a tratti critica dell’evoluzione del settore, concentrandosi su quelle che definisce vere e proprie “navi ad uso privato”.
«Oggi assistiamo a un certo gigantismo – ha spiegato – anche se non tutte le grandi imbarcazioni rientrano in questa categoria. I megayacht rappresentano la punta estrema: unità oltre i cento metri di lunghezza, con costi che possono arrivare a 400 milioni di euro, generalmente di proprietà di grandi tycoon internazionali».
A supporto delle sue considerazioni, l’ingegnere ha mostrato immagini di alcuni progetti iconici firmati dallo studio Nuvolari Lenard, come il “Nord”, battente bandiera russa, il “Bravo Eugenia” e il “Black Pearl”, definito dallo stesso Nuvolari «una mega nave a vela grande quanto l’Amerigo Vespucci».
Secondo il progettista, il mercato dei megayacht presenta oggi un evidente paradosso: «L’acquisto non è più motivato principalmente dall’amore per la navigazione, se non per una piccola minoranza di armatori. Prevalgono invece esigenze di privacy e di rappresentazione del proprio potere a livello globale».
Un concetto che si traduce anche nelle modalità di utilizzo. Queste navi vengono spostate strategicamente e rese visibili nei grandi hub internazionali, da New York a Londra, come simboli di status. È una forma di proiezione della propria grandezza, che richiama dinamiche del passato, quando le navi di Stato – come il Britannia – solcavano i mari più per affermare l’immagine di un impero che per finalità di piacere.
Un capitolo centrale dell’intervento ha riguardato la sostenibilità, tema sempre più presente anche nel dibattito nautico. «Chiedersi se lo yachting sia sostenibile è legittimo, ma complesso. La vela in sé non consuma, ma se si considera l’intero ciclo di vita di un’imbarcazione – dalla produzione allo smaltimento – l’impatto ambientale resta significativo. Il settore sta facendo passi avanti, con motorizzazioni meno inquinanti e una maggiore attenzione ai materiali, ma la sostenibilità reale è ancora lontana».
In questo contesto, Nuvolari ha sottolineato il ruolo potenziale degli armatori più influenti, perché chi ha una forte esposizione mediatica può lanciare messaggi e orientare scelte che altri potrebbero seguire.
In chiusura, uno sguardo complessivo al mercato: «Dal gommone al megayacht il settore vale circa 55 miliardi di euro a livello mondiale. È una cifra importante, ma ridimensionata se confrontata con altri comparti: basti pensare che il solo mercato globale del pet food supera i 150 miliardi». In Italia, tuttavia, la performance è molto positiva grazie ai cantieri, che lavorano prevalentemente per armatori statunitensi, oggi leader del mercato grazie alla disponibilità economica e a un sistema di coste e acque interne particolarmente favorevole.




