TRIESTE – Anche l’Università di Trieste entra nel dibattito sulla propulsione nucleare applicata alle navi mercantili, con uno studio su una portacontainer alimentata da un mini reattore modulare.
Un tema che fino a pochi anni fa sembrava futuristico e che ora inizia invece a prendere forma concreta, spinto dalla necessità di ridurre le emissioni del trasporto marittimo e dai costi sempre più elevati legati alle normative ambientali europee.
L’argomento è stato al centro dell’incontro organizzato dall’International Propeller Club Port of Trieste dal titolo “Propulsione atomica per le navi mercantili: principali vantaggi e criticità”.
Durante il confronto, è emerso come il tema non venga più considerato soltanto teorico. Il trasporto marittimo movimenta oltre l’80% del commercio mondiale ed è responsabile di circa il 2-3% delle emissioni globali di gas serra.
La pressione normativa, dall’IMO al sistema ETS europeo, sta quindi accelerando la ricerca di soluzioni alternative ai combustibili tradizionali.
Il professor Vittorio Bucci ha ripercorso la storia della propulsione nucleare navale e delle tecnologie legate agli SMR, i reattori modulari compatti, sottolineando come l’Italia rischi di “perdere il treno” se non inizierà rapidamente a sviluppare competenze industriali e accademiche in questo settore.
Uno degli interventi più concreti è stato quello del professor Luca Braidotti, che ha illustrato un progetto sviluppato all’interno dell’Università di Trieste relativo a una nave portacontainer a propulsione nucleare. Lo studio parte da una nave esistente, adattata all’impiego di un reattore HolosGen installato in un container e alimentato con combustibile Triso, soluzione considerata tra le più promettenti sul fronte della sicurezza.
Secondo quanto emerso durante l’incontro, il nodo principale non sarebbe più tanto tecnologico quanto regolatorio. Esiste già infatti un quadro normativo internazionale per le navi nucleari, ma risulta datato e non adeguato alle nuove tecnologie e alle esigenze operative contemporanee.
Tra i temi affrontati anche quello della sicurezza. Navi di questo tipo richiederebbero equipaggi altamente specializzati, procedure dedicate e sistemi ridondanti, con vincoli operativi più stringenti rispetto alle attuali motorizzazioni diesel.
Altro punto delicato è quello dell’accettabilità sociale e politica. «Una portacontainer nucleare in un porto italiano fa notizia» è stato osservato durante il dibattito. Per questo serviranno trasparenza, comunicazione pubblica e un quadro politico chiaro, oltre all’adeguamento delle infrastrutture portuali e dei regolamenti per la gestione della sicurezza e del combustibile.
Il professor Giorgio Sulligoi, da gennaio alla guida del Dipartimento di ingegneria e architettura, ha sottolineato come il mondo universitario non debba fare politica sul nucleare, ma abbia il compito di fornire strumenti culturali e tecnici per affrontare il tema con competenza. Nel suo intervento ha ricordato che la cantieristica italiana dispone già oggi delle capacità industriali necessarie per affrontare questa sfida tecnologica, pur restando aperta la questione della gestione della filiera del combustibile.




